Espressione/Scienza

 

Ora, se è insistente, lo sguardo è sempre virtualmente pazzo: esso è al tempo stesso effetto di verità ed effetto di follia. Nel1881, animati da un bello spirito scientifico e procedendo in un’inchiesta sulla fisiognomonia dei malati, Galton e Mohamed pubblicarono alcune tavole di volti. Ovviamente, si concluse che la malattia non vi si poteva leggere. Ma siccome tutti quei malati mi guardano ancora, a quasi cento anni di distanza, io ho invece l’idea inversa: quella che chiunque guarda dritto negli occhi è pazzo. Il “destino” della Fotografia sarebbe dunque questo: facendomi credere (ma una volta su quante?) che ho trovato la “vera fotografia totale”, essa crea l’inconcepibile confusione trarealtà e verità; essa diventa al tempo stesso constatativa ed esclamativa; essa porta l’effigie a quel punto di follia in cui l’affetto (l’amore, la compassione, il lutto, l’impeto, il desiderio) è garante dell’essere. La Fotografia si avvicina allora effettivamente alla follia, raggiunge la “verità folle”. [Roland Barthes, La camera chiara, traduzione di Renzo Guidieri, Giulio Einaudi editore, Torino, 2003, p. 92]

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The Metaphysician and Moralist, the Physician and Physiologist will approach such an in- quiry with their peculiar views, definitions and classifica- tions. The Photographer, on the other hand, needs in many cases no aid from any language of his own, but pre- fers rather to listen, with the picture before him, to the silent but telling language of nature. It is unnecessary for him to use the vague terms which denote a difference in the degree of mental suffering, as for instance, distress, sorrow, deep sorrow, grief, melancholy, anguish, despair; the picture speaks for itself with the most marked pres- sion and indicates the exact point which has been reached in the scale of unhappiness between the first sensation and its utmost height […] being shown from the life by the Photographer, arrest the atten- tion of the thoughtful observer more powerfully than any laboured description. […] Yet the Photographer secures with unerring accuracy the external phe- nomena of each passion, as the really certain indication of internal derangement, and exhibits to the eye the well known sympathy which exists between the diseased brain and the organs and features of the body. [Hugh Welch Diamond, On the Application of Photography to the Physiognomic and Mental Phenomena of Insanity, intervento scritto per la “Royal Society of London”, maggio 1856; in S.L. Gilman, The Face of Madness, Hugh W. Diamond and the Origin of Psychiatric Photography, Brunner-Mazel, New York, 1976]

                                                                                                                                                                            

Quella «storia psicologica per immagini dello spazio intermedio tra impulso e azione» che Warburg descrive nell’introduzione al Bilderatlas come scopo della sua ricerca, è affine a quella storia della psicologia di un’epoca che tenta di indagare Mantegazza: il primo volto a cercare i valori espressivi preformati nella rappresentazione della vita in movimento, il secondo deciso a dimostrare come tali valori espressivi siano culturalmente e socialmente determinati. Se in Mnemosyne l’immagine è il principale veicolo e supporto della tradizione culturale e della memoria sociale, che in determinate circostanze può essere «riattivata e scaricata», nell’Atlante del dolore l’immagine è il luogo privilegiato per comprendere la natura dell’espressione, per studiarla e inserirla in un orizzonte storico culturale di riferimento. Mantegazza si concentrò non solo sulle modalità di espressione del dolore ma soprattutto sull’intensità delle stesse, e si pose, come Warburg, il quesito di come gli affetti naturali potessero prendere forma e divenire culturali. [Jessica Murano, Aby Warburg e la cultura scientifica italiana. L’incontro con Paolo Mantegazza e Tito Vignoli, in «Il Mulino», Studi culturali n.1, Bologna, aprile 2017, p. 42]

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Niobe sarebbe stata meno bella se la terribile emozione del suo spirito le avesse gonfiato la testa del sopracciglio obliquo come fa la natura, e se alcune linee di dolore le avessero solcato la parte mediana della fronte? Al contrario, niente è più commovente e attraente di una simile espressione di dolore su una fronte giovane, che di solito è così serena. [Guillaume Benjamin Duchenne de Boulogne, The mechanism of human facial expression, traduzione di R. Andrew Cuthbertson, Cambridge University Press, Paris, 1990, p.100]  

 

                                                                                                                              

 

 

 

 

 

Ora, se è insistente, lo sguardo è sempre virtualmente pazzo: esso è al tempo stesso effetto di verità ed effetto di follia. Nel1881, animati da un bello spirito scientifico e procedendo in un’inchiesta sulla fisiognomonia dei malati, Galton e Mohamed pubblicarono alcune tavole di volti. Ovviamente, si concluse che la malattia non vi si poteva leggere. Ma siccome tutti quei malati mi guardano ancora, a quasi cento anni di distanza, io ho invece l’idea inversa: quella che chiunque guarda dritto negli occhi è pazzo. Il “destino” della Fotografia sarebbe dunque questo: facendomi credere (ma una volta su quante?) che ho trovato la “vera fotografia totale”, essa crea l’inconcepibile confusione trarealtà e verità; essa diventa al tempo stesso constatativa ed esclamativa; essa porta l’effigie a quel punto di follia in cui l’affetto (l’amore, la compassione, il lutto, l’impeto, il desiderio) è garante dell’essere. La Fotografia si avvicina allora effettivamente alla follia, raggiunge la “verità folle”. [Roland Barthes, La camera chiara, traduzione di Renzo Guidieri, Giulio Einaudi editore, Torino, 2003, p. 92]

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The Metaphysician and Moralist, the Physician and Physiologist will approach such an in- quiry with their peculiar views, definitions and classifica- tions. The Photographer, on the other hand, needs in many cases no aid from any language of his own, but pre- fers rather to listen, with the picture before him, to the silent but telling language of nature. It is unnecessary for him to use the vague terms which denote a difference in the degree of mental suffering, as for instance, distress, sorrow, deep sorrow, grief, melancholy, anguish, despair; the picture speaks for itself with the most marked pres- sion and indicates the exact point which has been reached in the scale of unhappiness between the first sensation and its utmost height […] being shown from the life by the Photographer, arrest the atten- tion of the thoughtful observer more powerfully than any laboured description. […] Yet the Photographer secures with unerring accuracy the external phe- nomena of each passion, as the really certain indication of internal derangement, and exhibits to the eye the well known sympathy which exists between the diseased brain and the organs and features of the body. [Hugh Welch Diamond, On the Application of Photography to the Physiognomic and Mental Phenomena of Insanity, intervento scritto per la “Royal Society of London”, maggio 1856; in S.L. Gilman, The Face of Madness, Hugh W. Diamond and the Origin of Psychiatric Photography, Brunner-Mazel, New York, 1976]

                                                                                                                                                                            

Quella «storia psicologica per immagini dello spazio intermedio tra impulso e azione» che Warburg descrive nell’introduzione al Bilderatlas come scopo della sua ricerca, è affine a quella storia della psicologia di un’epoca che tenta di indagare Mantegazza: il primo volto a cercare i valori espressivi preformati nella rappresentazione della vita in movimento, il secondo deciso a dimostrare come tali valori espressivi siano culturalmente e socialmente determinati. Se in Mnemosyne l’immagine è il principale veicolo e supporto della tradizione culturale e della memoria sociale, che in determinate circostanze può essere «riattivata e scaricata», nell’Atlante del dolore l’immagine è il luogo privilegiato per comprendere la natura dell’espressione, per studiarla e inserirla in un orizzonte storico culturale di riferimento. Mantegazza si concentrò non solo sulle modalità di espressione del dolore ma soprattutto sull’intensità delle stesse, e si pose, come Warburg, il quesito di come gli affetti naturali potessero prendere forma e divenire culturali. [Jessica Murano, Aby Warburg e la cultura scientifica italiana. L’incontro con Paolo Mantegazza e Tito Vignoli, in «Il Mulino», Studi culturali n.1, Bologna, aprile 2017, p. 42]

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Niobe sarebbe stata meno bella se la terribile emozione del suo spirito le avesse gonfiato la testa del sopracciglio obliquo come fa la natura, e se alcune linee di dolore le avessero solcato la parte mediana della fronte? Al contrario, niente è più commovente e attraente di una simile espressione di dolore su una fronte giovane, che di solito è così serena. [Guillaume Benjamin Duchenne de Boulogne, The mechanism of human facial expression, traduzione di R. Andrew Cuthbertson, Cambridge University Press, Paris, 1990, p.100]